lunedì 18 aprile 2011

150 anni di Unità d'Italia ... e 102 anni di Giro

Si è scritto molto circa la funzione unificatrice della Prima Guerra Mondiale, nel lungo e tormentato processo di formazione dello Stato italiano.
Una sorta di corso accelerato di vita in comune per un popolo che, nei suoi primi cinquant’anni e più, aveva vissuto in un’unità più che altro virtuale, in singoli microcosmi che perseveravano nel germogliare in vasi non comunicanti.
Questione di distanze geografiche, di contesti socio-economici eterogenei, di una lingua italiana ben lungi dall’essere di uso generalizzato.
I soldati Gassman e Sordi della “Grande Guerra” di Monicelli, l’uno milanese (leghista ante-litteram?) l’altro borgataro romano, rappresentano mirabilmente quella prima, sconvolgente, presa di contatto fra compatrioti che mai altrimenti avrebbero avuto occasione né motivo di incontrarsi.
Ebbene: quando, il 28 giugno 1914, l’attentato all’erede al trono d’Asburgo dà, di fatto, il via alle ostilità, il “Giro ciclistico d’Italia” ha appena portato a termine la sua sesta edizione, ed ha già costruito una parte considerevole della sua epopea.
Accostamento ardito, non c’é dubbio. Da una parte uno dei più sanguinosi conflitti bellici, tale da stravolgere  gli assetti geopolitici del Vecchio Continente e non solo; dall’altra un semplice avvenimento sportivo, sia pur particolarmente popolare.
Siamo peraltro lontani anni luce anche dalla dimensione mediaticamente imponente che certi avvenimenti sportivi hanno raggiunto nel tempo, al punto da destare l’interesse della politica e delle connesse  esigenze propagandistiche.
Le corse in bicicletta del primo Novecento sono infatti odissee senza certezza di ritorno a casa, con organizzazioni approssimative e giusto un manipolo di intraprendenti giornalisti al seguito.
I ciclisti? Spiantati avventurieri, soldati di ventura. Loschi cacciatori di taglie (3000 lire al vincitore del Giro ti sistemano per la vita) che si sfidano, senza esclusione di colpi, su strade senza legge: dissestate, sudice e tenebrose, giacché correre in notturna è la norma.
Poco più che mulattiere, ampiamente sufficienti del resto in un Paese in cui la mobilità é ridotta ai minimi termini. Niente camionisti, pendolari, agenti di commercio e via dicendo:  al massimo contadini che fanno avanti e indietro dal borgo natio alla città più vicina.
Ed ecco allora che questi cavalieri su due ruote sono fra i primi eroi popolari ad “accorciare” idealmente questa nostra patria che assomiglia ancora a una Torre di Babele, dilatata nella percezione comune proprio da una rete stradale deficitaria e nemmeno lontanamente paragonabile a quella odierna.
Lungo gli infiniti e sfiancanti percorsi di gara capita che si fermino nelle osterie per bere qualcosa o espletare bisogni impellenti. Dapprima si esprimono, fra di loro o con i commensali, ciascuno nel loro arcano idioma; salvo poi arrendersi all’evidenza, ed andare alla ricerca di locuzioni condivise e comprensibili dagli astanti.
E’ lo stesso sforzo compiuto dai soldati che, fianco a fianco nelle trincee del Cadore, ingannano la paura raccontandosi delle propria terra d’origine. Quasi certamente sconosciuta al vicino di sventura: il quale, tuttavia, comincia empiricamente a costruirsi nella testa un’approssimativa geografia dello Stivale.
E’ per certi versi simbolico che tante di quelle cime teatro di epiche battaglie, diventeranno protagoniste nel grande romanzo del Giro.
Tre Cime di Lavaredo, Passo dello Stelvio, Monte Grappa, Passo Falzarego, Altopiano di Asiago, Passo del Tonale.
Luoghi di sacrari, di ossari, di cunicoli e fortezze austro-ungariche. E di grandi imprese ciclistiche.
Il primo Giro d’Italia vede la luce il 13 maggio 1909. Si parte all’alba da Milano, Piazzale Loreto: anche qui, un luogo destinato a lasciare un segno indelebile nella storia patria.
Si punta Bologna, poi di lì a Chieti. Il 18 si é già a Napoli: più veloci di Garibaldi e Nino Bixio.
Ma é un’anomalia: perché queste Spedizioni dei Mille (erano 127 nel 1909, ma il numero lieviterà con gli anni) andranno quasi sempre in direzione inversa rispetto agli uomini in rosso capitanati dall’Eroe dei due Mondi.
Da Sud verso Nord: dove stanno appunto le grandi montagne (che peraltro verranno affrontate solo a partire dagli anni ’30), e dove quindi l’evento squisitamente agonistico ha necessariamente il suo apice.
Il ciclismo dei primordi è, detto per inciso, prima di tutto uno straordinario veicolo pubblicitario per le ditte del settore. C’è, infatti, una certa avversione per questo curioso mezzo di locomozione che terrorizza i pedoni e suscita curiosità pruriginose sulla postura in sella: al punto che ne viene vietato l’uso, per questione di decoro, a donne e sacerdoti.
Si fa largo invece l’idea di un utilizzo in ottica militare.  “Ciclisti siamo … andiamo in fretta … che i primi siamo … sul campo dell’onor!”, recita enfaticamente l’inno ufficiale del battaglione dei “Bersaglieri ciclisti”.
E così, quello del 1912 sarà l’unico Giro d’Italia disputato a squadre. Vincerà l’Atala sulla Peugeot, ma sarà la Bianchi a vincere l’appalto per la Grande Guerra, fornendo all’esercito qualcosa come 60.000 biciclette.

Luigi Ganna

L’avventurosa vittoria di Calzolari nel 1914 chiude l’epoca del ciclismo pionieristico, di Luigi Ganna vincitore del primo Giro al grido “me brusa il cul” e di Giovanni Gerbi  battezzato “diavolo rosso” da un prete perché un giorno irrompe a tutta velocità, con un maglione rosso fiammante, nel bel mezzo di una processione religiosa.
La “corsa rosa” riparte trionfalmente nel 1919, per incoronare Costante Girardengo, il primo grande idolo delle folle.
Il Fascismo, senza dubbio lungimirante nella subdola arte della creazione del consenso, cavalcherà l’onda di questo straordinario evento che per una manciata di settimane fa sentire gli italiani tutti attori di un medesimo spettacolo a cielo aperto.
Gli ultimi colpi di coda di Girardengo, Alfredo Binda pagato per non correre un Giro che con la sua superiorità avrebbe reso di una noia mortale. Tano Belloni “l’eterno secondo”, Learco Guerra “la locomotiva umana”, Gino Bartali e i primi vagiti della rivalità con Coppi.


Poi la Seconda Guerra Mondiale: Bartali staffetta partigiana e Coppi prigioniero in Africa sono la fotografia dell’indissolubile simbiosi fra l’Italia e i suoi campioni del pedale.
Quando tutto finisce, gli italiani che rialzano faticosamente il capo hanno fretta di tornare alla normalità: e normalità vuol dire Giro d’Italia.
Ma quello del 1946 é un azzardo: nessuno può ancora garantire le condizioni logistiche e di sicurezza necessarie.
Gli sponsor scarseggiano, e così fra le squadre al via ci sono il “Fronte della gioventù”, già organizzazione partigiana di ispirazione comunista, e il “Centro Sportivo Italiano”, di matrice cattolica.
La Rovigo-Trieste é sospesa a Pieris per un agguato ordito da sostenitori dell’annessione del capoluogo giuliano, allora sotto il controllo degli Alleati, alla Yugoslavia.
Lanci di pietre e colpi di pistola consigliano a Bartali e soci di far dietrofront.  Ma alcuni, convinti dai corridori della “Wilier Triestina”, decidono testardamente di proseguire e, scortati dalle camionette anglo-americane, di entrare in città: dove sarà proprio il triestino Giordano Cottur a tagliare per primo il traguardo, fra un tripudio di bandiere tricolori.
Di lì in avanti l’Italia e il suo Giro non si lasceranno più. Si daranno appuntamento ogni anno, all’esplodere della primavera: più o meno alla stessa ora, più o meno negli stessi posti, per raccontarsi cosa c’é di nuovo nella Penisola.
Se un cineasta avesse potuto piazzare una telecamera su un tornante, che so, del Pordoi, avrebbe potuto scorgere, anno dopo anno, l’evolversi dell’abbigliamento, delle acconciature, dell’espressività e del linguaggio di un popolo intero.
Il sogno di una rinascita nel Dopoguerra, infatti, passa ancora per quelle strade sventrate dai bombardamenti, percorse a tutta velocità dai due rivali per eccellenza. Il cattolico Bartali battezzato “il Pio”, e il laico Coppi, che diventa comunista di riflesso: quasi per esigenze di copione, perché la favola fila meglio così.
L’epopea del Grande Torino rimane chiusa entro le mura di uno Stadio, l’angusto Filadelfia, che può ospitare solo pochi fortunati. Per gli altri, solo mozziconi di partita nei cinegiornali o foto sbiadite di Valentino Mazzola sulla Gazzetta.
Ma il Giro ti passa sotto casa, non chiede il biglietto a nessuno: solo la pazienza di aspettare, come direbbe Paolo Conte, “in cima a un paracarro”.


"Ladri di Biciclette", 1948

E’ l’età dell’oro: una quindicina d’anni in cui una generazione di sontuosi fuoriclasse si incastra magicamente con una centralità mai ripetuta della bicicletta nella vita della gente comune, tanto da assurgere ad autentica icona del cinema neorealista. De Sica, in particolare, ne fa ampio uso, dallo struggente “Ladri di biciclette” dove la bici é essenziale strumento di sostentamento, alla più scanzonata saga del maresciallo Carotenuto di “Pane, amore e fantasia” che scarrozza Marisa Merlini per le strade della Ciociaria.
Dietro ai due Campionissimi, scalpitano Fiorenzo Magni (il “terzo incomodo per antonomasia”),  Gastone Nencini, Ercole Baldini. E gli stranieri.
L’etereo elvetico Hugo Koblet, armonioso come un Dio greco e civettuolo come un divo hollywoodiano paparazzato per le vie di Roma,  é il primo non italiano a vincere il Giro, nel 1950: lo seguono il connazionale Carlo Clerici (di padre italiano) nel 1954 e il lussemburghese Charly Gaul nel 1956 e nel 1959.
E’ la dimostrazione di un’accresciuta reputazione internazionale del Giro, ormai ai livelli del Tour de France. Non certo il segnale di una minor competitività dei nostri corridori: che infatti restituiscono il favore con Bartali (1948), Coppi (1949 e 1952) e Nencini (1960) sulle strade di Francia, e pure alla Vuelta Espana con Angelo Conterno nel 1956.
Fausto Coppi muore all’alba del 1960. Lo stesso anno in cui, con le Olimpiadi di Roma, la nuova Italia, figlia del boom economico, si mostra orgogliosa al mondo.
Si entra in una nuova era.
I corridori vestono maglie variopinte, tappezzate di sponsor, fieri portabandiera di quella media imprenditoria in espansione, che sarà l’architrave del “miracolo italiano”.
Salami (Molteni), Liquori (Carpano), lacche per capelli (Tricofilina), macchine da caffè (Faema), cucine (Salvarani), gelati (Sanson): niente a che vedere con la Juventus targata FIAT, l’Inter del petroliere Moratti o il Napoli dell’armatore Achille Lauro.
Le strade, per la gioia dei concorrenti, sono ricoperte magicamente da colate di asfalto: tutte, anche le salite più arcigne, che mostrano ora un volto più umano. E i cavalieri delle due ruote non sono più eroi semi-muti che si limitano a “sono contento di essere arrivato uno” (sempre Luigi Ganna), ma sono chiamati a lanciarsi nel loro italiano spesso ancora approssimativo e vernacolare nei “Processi alla tappa” di Sergio Zavoli.
Capita così che Lucillo Lievore, misconosciuto gregario veneto, venga pedinato con impenitente voyeurismo: pedalata dopo pedalata, gemito dopo gemito, imprecazione dopo imprecazione, nella sua commovente rincorsa ad un misero secondo posto (sic!) di tappa.


E capita pure che l’impetuoso abruzzese Vito Taccone (uno che oggi farebbe la fortuna di qualsiasi reality) diventi un protagonista assoluto: con la lingua prima ancora che con le gambe. Senza salire mai sul podio finale (era peraltro un ottimo scalatore) ma contribuendo in modo decisivo a spostare la geografia della passione per il ciclismo verso Sud.
Ma quella degli anni ‘60 é un’Italia che viaggia ormai su quattro ruote. La cara vecchia bici diventa, per certi versi, un retaggio di un passato di stenti che tutto sommato si può anche mandare in soffitta.
In un paese in crescente sviluppo industriale, i milioni di operai si identificano nelle imprese della squadre calcistiche metropolitane. Gli immigrati dal Meridione trovano nel tifo per la Juventus, di proprietà di colui che per molti di loro é il datore di lavoro, una prima forma di integrazione sociale.
Il ciclismo resta uno sport legato indissolubilmente alla provincia, alle radici contadine del paese: così gradualmente inizia a cedere il passo al football negli interessi degli sportivi.
Negli anni ’70, ’8o e ’90, mezze figure e meteore fanno spesso capolino sul gradino più alto del podio.
Poco aggiungono alla gloriosa bacheca della “corsa rosa” i nomi di Gosta Pettersson (1971), Fausto Bertoglio (1975), Michel Pollentier (1977), Johan De Muynck (1978), Andy Hampsten (1988) e Eugeni Berzin (1994).
I duelli fra Merckx e Gimondi prima, fra Moser e Saronni poi, sono degni epigoni di quelli del ciclismo eroico. Ma non sono certo folle oceaniche quelle che si dividono, nei primi anni ’90, fra il tifo per Gianni Bugno e quello per Claudio Chiappucci.
Il ciclismo rischia di diventare “uno sport per vecchi”, che sopravvive grazie ai ricordi di chi ha i capelli bianchi: eccezion fatta per certe “enclavi” storiche, dal Veneto alle province di Brescia e Bergamo, dove la passione resta fortemente radicata nel territorio.
Solo l’accresciuta sensibilità per le tematiche ecologiste, la valorizzazione soprattutto in ambito urbano della bici come mezzo di locomozione non inquinante, riporterà il vecchio velocipede in auge: ma di questo il ciclismo agonistico non coglierà che frutti parziali.
L’ultimo grande sussulto è legato alla controversa parabola di Marco Pantani: ai suoi scatti fulminei e rabbiosi, ai suoi immaginifici attacchi da Don Chisciotte a cavalcioni di un destriero di metallo.
Poi, nel 1998, esplode la bufera doping, che travolge tutto.
Alla sua morte, il “pirata” di Cesenatico viene repentinamente introdotto nell’Olimpo dei grandi del passato: ma si ha quasi la sensazione che quel giorno a Madonna di Campiglio in cui Pantani viene trovato positivo, il ciclismo si sia giocato il presente e forse anche il futuro.


Passo del Mortirolo, 1994: nasce la "Pantanimania"

Il rispetto, che sconfina nella venerazione, per i tempi andati (non riscontrabile peraltro in nessun altro sport) , se da un lato fa onore a un mondo che coltiva la memoria delle proprie origini, dall’altro sa talvolta di un ambiguo tentativo di vivere di rendita, di un tirare a campare riempiendo i vuoti di palinsesto e di emozioni con suggestivi “amarcord” della gloria che fu.
I campioni di oggi sono gelide macchine da prestazione. Preparano il Giro o il Tour in altura, lontano da occhi indiscreti. Testano l’aerodinamicità nelle gallerie del vento, neanche fossero astronauti in missione su Marte. E corrono come saette un paio di mesi l’anno, per poi sparire nel nulla.
Da un po’ di tempo, il Giro ha riscoperto le “strade bianche”, lo sterrato. Una sciccheria un po’ retrò, forse una mossa della disperazione: perché sin troppi Carneadi ormai sono in grado di spianare  quelle salite dai nomi evocativi e altisonanti, dove un tempo Binda rifilava delle mezz’ore ai rivali.
C’è, infatti, una toponomastica, devota e solenne, totalmente incomprensibile ai profani, che ridisegna il territorio italico disseminandolo di luoghi sacri, resi leggendari dalle gesta di questo o quel campione, da una tormenta che ha colpito il gruppo quel tal anno o dalla fuga non riuscita di quel tal corridore che … “il nome ce l’ho sulla punta della lingua …”.
Una realtà parallela, avulsa da caselli autostradali, fermate della metropolitana e raccordi anulari, dove un sentiero di montagna, usato da contadini valtellinesi per portare il bestiame al pascolo, può diventare un tempio pagano, “il Mortirolo”.
E chi ha visto “la carovana rosa” transitare sulla Portella Femmina Morta, difficilmente scorda che le salite, in Sicilia, si chiamano “portelle”, più facilmente che passi o colli; mentre se si é in Friuli, non è improbabile finire alle pendici di una “sella”, e andando verso ovest, di una ”forcola” o di una “forcella”.
Ecco: il “popolo rosa” che riempie quelle strade di provincia altrimenti anonime, che bivacca sulle rampe del Gavia armato di cibarie e bandieroni, non ha mai voltato le spalle.
Un idillio acritico come molti grandi amori, che rifugge i retropensieri e tuttavia (o forse proprio per questo) resiste al tempo e non mostra cedimenti.
Il Giro d’Italia del 1961, centesimo anniversario dell’Unità d’Italia, partì da Torino. Quello dei Cinquecento anni dalla scoperta dell’America (1992) da Genova. Quello del Giubileo 2000 da Piazza San Pietro. Quello dell’adozione dell’Euro (2002) dall’Olanda. Quello dei duecento anni dalla nascita di Garibaldi (2007), da Caprera.
La gente del Giro non teme la retorica e nemmeno la pacchianeria: non ha pudore di manifestare i propri sentimenti, si nutre di un entusiasmo senza malizia.
E’ un miracolo che si riproduce a scadenza annuale, come la liquefazione del sangue di San Gennaro. Sarà l’illusione di replicare le emozioni in bianco e nero degli anni del ciclismo eroico, o la fame di eventi, di riti collettivi: forse solo la speranza di rivedersi la sera, inquadrato dalla TV.
Il segreto di questo successo é in fondo il medesimo delle innumerevoli sagre di paese di cui è tappezzata la Penisola: divertimento genuino a prezzi modici, odore acre di spiedini e nostalgia per un’Italia  un po’ casereccia.
Pochi anni fa un tizio venne piantato dalla moglie perché un’impertinente telecamera  al seguito della corsa, lo riprese in diretta mentre amoreggiava con l’amante, su una spiaggia adiacente al traguardo. Sembra la versione da fotoromanzo della canzone di De Gregori, quella del bandito arrestato mentre assisteva alla gara del suo compaesano Girardengo.
Non si può mancare, quando passa il Giro. E’ come se il Papa fosse in visita pastorale nella tua città: bisogna esserci, anche se non si é credenti.
Ed esserci con animo sereno e festoso. Perché non é, si badi bene, come nel calcio: qui non si insulta, non si fischia, non si sfotte. Questa non é una zona franca dove smettere i panni del padre di famiglia per trasformarsi in ultras indemoniati.
Si applaude tutti, dal primo all’ultimo. Chi va veramente piano, ma merita comunque rispetto. Chi va il giusto, e si guadagna ammirazione e gloria. E chi va sin troppo forte, e magari la passa liscia perché la voglia di non rovinare la festa  viene, troppo spesso, prima di tutto.
Così è, se vi pare, l’Italia del Giro. Così sarà, a maggior ragione, il Giro del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

mercoledì 9 marzo 2011

Eroi per caso (seconda parte)

E chiudiamo la nostra carrellata con lo sport più amato dagli italiani. Con una distinzione preliminare: quella fra squadre di calcio e singoli calciatori.
Nella prima categoria sono i Campionati Europei a vantare la casistica più succosa. Difficile, infatti, stabilire chi fra la Danimarca del 1992 e la Grecia del 2004 godesse della maggior considerazione alla vigilia del torneo: é un po’ come chiedersi se in una gara di Formula 1 ha più chances di vittoria una Panda o una Smart.
La Danimarca neanche si era qualificata. Ripescata per via del forfait della Yugoslavia ormai prossima allo smembramento: e ripescati (in mare) i giocatori, ormai spaparanzati sulle spiagge di mezzo mondo a godersi le meritate ferie.
Non bastasse la preparazione a dir poco approssimativa, la compagine danese deve fare a meno del suo unico fuoriclasse, Michael Laudrup, in pessimi rapporti col tecnico Moller Nielsen.
Ma quando il fato ha benedetto il tuo cammino, nessun ostacolo é insormontabile: i danesi fanno fuori nel girone eliminatorio la Francia allenata da Platini, poi in semifinale l’Olanda del trio Van Basten-Rijkaard-Gullit, e in finale la Germania Campione del Mondo in carica.
Eroe del torneo, tale Henrik Larsen. Tutto quello che s’immagina di un danese: biondissimo, guance paonazze, fisico massiccio e sguardo gnucco.
Il Presidente del Pisa, Romeo Anconetani (fiuto da segugio) lo aveva ingaggiato due anni prima per un pugno di lenticchie. Ma sotto la Torre Pendente, Larsen non lascia grandi ricordi, la squadra retrocede e Anconetani lo rimanda in prestito in madrepatria.


Henrik Larsen, eroe dell'Europeo '92



Il buon Romeo non crede ai suoi occhi quando se lo ritrova fra i piedi con il titolo di Campione d’Europa appuntato sul petto muscoloso. Sulle prime cerca di arruolarlo alla causa del Pisa ancora impantanato in seconda serie (si è mai visto il capocannoniere di un Europeo marcire in Serie B?), ma poi cerca di rifilarlo a mezza Europa, dove ben presto tornerà ad essere quello che é sempre stato: un giocatore men che mediocre.
Passano dodici anni e il Portogallo che ha appena celebrato la strepitosa vittoria del Porto di Mourinho in Champions League, ospita i Campionati Europei per la prima volta.
La prima partita, nel nuovissimo stadio Dragao di Oporto, vede di fronte i padroni di casa, allenati da Felipe Scolari (brasiliano vincitore del titolo iridato due anni prima), e la Grecia del tedesco Otto Rehhagel.
Facile pensare che quel match sarà la prima esibizione della squadra futura Campione d’Europa: assolutamente impossibile immaginare che quella squadra non é il Portogallo.
Vince la Grecia, ma sembra una casualità, un risultato beffardo dettato non dalla qualità degli ellenici ma dall’emotività dei lusitani, cui evidentemente la pressione dell’esordio ha giocato un brutto tiro.
La Grecia é una squadra esperta, ma senza campioni. Ha un attacco scalcinato come pochi, e un  allenatore che sembra un residuato bellico.
Rehhagel é stato uno dei migliori allenatori tedeschi degli anni Ottanta e Novanta. Ma ormai va per i sessantasei, ha un colore di capelli improponibile (tinta o parrucchino?), e pratica un calcio antidiluviano: zeppo di difensori e con un libero stile anni Sessanta a spazzare l’area senza complimenti.
Roba da far sembrare perfino il Trap un rivoluzionario: e infatti la Grecia va che é un piacere. Passa il primo turno in virtù di quel successo iniziale, poi sconfigge la Francia di Zidane agli Quarti e la Repubblica Ceca di Nedved in Semifinale.
I protagonisti dell’ultimo atto sono i medesimi del primo: Grecia e Portogallo. Ma i lusitani sono molto cresciuti nel corso del torneo, e quel capitombolo iniziale fa sì che gli ellenici stavolta non possano contare sull’effetto sorpresa.
I miracoli non si ripetono: di solito. Perché basta un goal di Angelos Charisteas, attaccante dalle modestissime medie realizzative, a dare il titolo agli uomini di “nonno” Rehhagel.
Un mese dopo il capitano degli ellenici, Theodoros Zagorakis,  é il fiore all’occhiello della campagna acquisti del Bologna: che a fine stagione retrocede in Serie B…
Quanto alle squadre di club, meritano una menzione il Videoton e il Deportivo Alaves: autrici di due imprese sfortunate quanto inimmaginabili.
Il Videoton é una compagine ungherese che prende il nome dall’azienda di materiale elettronico che la sponsorizza. In realtà é stata fondata nel 1941 col nome di Vadásztölténygyár Székesfehérvár (il secondo scioglilingua é il nome della città ...).
Dove può andare una squadra con un nome del genere? Da nessuna parte: e infatti in quarantacinque anni di storia raggranella solo una finale di Coppa di Ungheria nel 1976.
Fino al 1984. Terza in campionato dietro a Honved e Gyori Eto, si qualifica per la Coppa Uefa, dove si trasforma in una macchina da guerra.
Giustizia nell’ordine Dukla Praga, Paris Saint Germain, Partizan Belgrado, il Manchester United  ai rigori, e infine Zeljeznicar Sarajevo.
In finale trova il Real Madrid di Butragueno, Michel e Valdano, che ha appena eliminato l’Inter (nel celebre match in cui Bergomi viene colpito da una biglia). E’ un triste ritorno sulla terra: a Székesfehérvár le “merengues” passeggiano con un perentorio 3 a 0.
La favola é finita, ma c’é un ultimo colpo di coda: nella gara di ritorno il Videoton ha la soddisfazione di espugnare il Bernabeu con un goal nel finale di Lajos Majer.
Il Videoton come la Honved di Puskas e compagnia? Non esattamente. L’anno successivo, ai Mondiali messicani, solo 3 giocatori faranno parte di una rappresentativa ungherese peraltro in deprimente declino, e uno solo (il portiere Disztl) vedrà il campo…
Destino analogo tocca al Deportivo Alaves, compagine di Vitoria (capoluogo dei Paesi Baschi), protagonista assoluta della Coppa UEFA 2000/2001.
Un club che per gran parte della sua storia ha bazzicato fra seconda e terza divisione, con 7 stagioni nella massima serie e un sesto posto (quello del 2000 appunto) come fiore all’occhiello. Il suo giocatore più famoso é Cruyff. Non l’immenso Johan, ma il figlio Jordi: a volte ci si deve accontentare…

La divisa dell'Alaves firmata dai soci

L’Alaves elimina i turchi del Gaziantepsor, i norvegesi del Lillestroem e del Rosenborg e pesca negli Ottavi la scalcinata Inter di Marco Tardelli.
Dopo un rocambolesco 3 a 3 a Vitoria, i baschi si presentano a San Siro con un’equivoca divisa fucsia e timide speranze di sfangarla.
E’ il punto più basso dell’Inter morattiana (parte prima): quella che sostituiva i carabinieri nelle barzellette da bar.


L’Alaves segna con Tomic (ex romanista per nulla rimpianto), poi con Cruyff junior. Il popolo nerazzurro esplode la sua frustrazione lanciando in campo di tutto, l’arbitro prima sospende la partita poi ne decreta la fine in ampio anticipo.
L’Alaves prosegue il suo avventuroso cammino eliminando i connazionali del Rayo Vallecano e il Kaiserslautern, guadagnandosi la finale.
Contro il Liverpool di Gerrard e Owen indossa una maglia su cui sono apposte le firme di tutti i soci del club, e gioca una partita epica.
Dopo un quarto d’ora é già sotto di 2 goal, poi accorcia le distanze con Alonso ma incassa il 3 a 1 su rigore. Nella ripresa il bomber Javi Moreno fa 2 goal in 3 minuti e pareggia; il Liverpool si riporta in vantaggio, ma all’ultimo minuto Cruyff junior (ormai un idolo) segna il pirotecnico 4 a 4.
Tempi supplementari: l’Alaves rimane in 10 uomini, poi addirittura in 9. Ma sulla punizione conseguenza del fallo da espulsione di Karmona, l’eroico difensore Geli devia inopinatamente di testa nella propria porta, e il Liverpool vince.
Se Cruyff resterà a Vitoria senza più ripetersi su quei livelli, l’infallibile centravanti Javi Moreno e il terzino Contra passeranno al Milan per una cifra astronomica: entrambi verranno scaricati per disperazione dopo una sola stagione…
Passando ai singoli giocatori, viene subito in mente il dentista coreano Pak Doo Ik. L’uomo che affonda l’Italia di Edmondo Fabbri (e di Rivera, Facchetti, Mazzola …) ai Mondiali del 1966. Il quale, per inciso, non era affatto un dentista, ma poco importa: la qualifica professionale rendeva l’idea dell’estemporaneità dell’impresa, e fu tramandata ai posteri come accessorio indispensabile alla narrazione.
Dato che la storia di Pak Doo Ik ci pare sin troppo inflazionata, preferiamo celebrare un antenato dell’attaccante coreano, nato dalla parte opposta del Pacifico: il suo nome é Joe Gaetjens.
Sono i Campionati del Mondo del 1950: quelli che si chiuderanno con la sciagurata sconfitta del Brasile padrone di casa. Ma quella edizione, oltre ad essere la prima post Seconda Guerra Mondiale, é destinata a passare alla storia per un altro motivo.
E’ infatti il debutto ai Mondiali dell’Inghilterra, la culla del football.
Sino ad allora, infatti, gli inventori del gioco del calcio erano rimasti chiusi nel loro altezzoso isolamento. Presentandosi al massimo alle Olimpiadi con raffazzonate rappresentative di studenti: battenti peraltro, si badi bene, bandiera della Gran Bretagna globalmente intesa.
E’ una squadra, quella inglese, che può contare sull’immenso Stanley Matthews; sul suo compagno nel Blackpool, Stan Mortensen; su un giovane Billy Wright (sarà capitano dell’Inghilterra per 90 partite); e su Alf Ramsey, futuro allenatore dell’unica Inghilterra Campione del Mondo (anno 1966).
Due anni prima, in amichevole, ci avevano stritolato a Torino, (eravamo pur sempre i Campioni del Mondo in carica)  con un inequivocabile 4 a 0. Indimenticabile il goal, con un tiro praticamente dalla linea di fondo, di Mortensen: al punto da far nascere la locuzione “goal alla Mortensen”.

Joe Gaetjens portato in trionfo

Tre mesi dopo quella batosta la rappresentativa studentesca italiana si presenta alle Olimpiadi, dove debutta con un 9 a 0 agli USA. Tenete bene a mente i due parziali, Inghilterra batte Italia 4 a 0 e Italia giovanile batte USA 9 a 0, perché danno la giusta taratura del valore delle contendenti.
L’Inghilterra bagna il suo esordio ai Mondiali brasiliani con un 2 a 0 di prammatica al Cile, e i padroni di casa cominciano a tremare. Gli avversari successivi sono proprio gli USA.
Tre dei giocatori a stelle e strisce sono gli stessi ridicolizzati 2 anni prima dall’Italia olimpica: Bahr, Souza e Colombo (Charlie, non Cristoforo). Gli altri, fra cui saltano all’occhio i nomi di Frank Borghi e Gino Pariani, non sembrano meglio.
Così, quando in Inghilterra giunge via telegrafo il risultato della partita, “Inghilterra 0 – USA 1”, qualcuno lì per lì pensa a un errore di battitura: “dev’essere Inghilterra 10 – USA 1”.
Non c’era alcun errore: mentre nel Regno Unito continuavano a cantarsela e suonarsela per conto loro, il mondo era andato avanti, e loro se n’erano accorti.
L’atroce disfatta inglese per mano degli ex coloni, porta la firma appunto di Joe Gaetjens, che intercetta di testa un tiro di Bahr.
Ventiseienne attaccante mulatto, di madre haitiana e padre tedesco, militante nel Brookhattan di New York. Potremmo dilungarci oltre sulla sua biografia, ma non ne vale francamente la pena: la verità é che l’apporto di Gaetjens alla storia del pallone si apre e si chiude con quel bislacco colpo di testa.
Chiudiamo con un eroe per caso veramente sui generis. Non un carneade: anzi, un grandissimo della sua epoca. Che tuttavia é passato alla storia non per i suoi goal, ma per un modo di dire.
Chi non ha mai usato l’espressione “in zona Cesarini”? Ora  che anche la politica attinge a piene mani al linguaggio sportivo, la locuzione ha ritrovato vigore anche i TV, indicando un avvenimento risolutivo accaduto in extremis, nell’ultimo istante utile.
Renato Cesarini nasce nelle Marche nel 1906, giusto in tempo per salpare verso l’Argentina al seguito di una famiglia poverissima. Torna in Italia nel 1930, alla Juve, da divo del pallone: si divide fra calcio e tango, fuma come un turco, gira con una scimmietta sulla spalla e si allena fra una tappa al bordello e l’altra.
Tipo interessante. Però se dopo ottant’anni ci si ricorda di lui é solo ed esclusivamente per quella benedetta espressione, “zona Cesarini”.
Che accidenti avrà combinato il nostro calciatore-ballerino?
Poco: anzi, nulla, dopo aver conosciuto il tenore del personaggio. Il primo novembre 1931 segna all’ultimo minuto contro l’Alessandria (goal peraltro ininfluente, era il 3 a 0). Si ripete il 13 dicembre in Nazionale in un match combattutissimo contro l’Ungheria.
La domenica successiva tale Visentin dà la vittoria all’Inter (allora Ambrosiana) contro la Roma, con un goal al minuto 89. Il cronista di turno scrive “Visentin segna in zona Cesarini!” e il gioco é fatto: i colleghi riprendono l’espressione, che  passa di bocca in bocca, trova ospitalità in ambiti diversi da quelli sportivi, ed eccola approdare ai giorni nostri.
Tutto qua: in fondo, ci vuole tanto per passare alla storia?

Eroi per caso

La Gialappa’s band ne ha fatto uno zimbello, il popolo di Internet (e di Youtube in particolare) lo ha eletto a icona dei nostri tempi.
Steven Bradbury é un misconosciuto pattinatore su ghiaccio australiano che si disimpegna nello “short track”: un videogioco più che uno sport (diventato chissà come disciplina olimpica), dove i concorrenti girano in tondo su una pista che sembra una rondò, sistematicamente sghembi e con la mano sinistra sul ghiaccio per non perdere l’equilibrio.
Uno che a occhio non pare esattamente baciato dal destino.
Dopo un inizio di carriera entusiasmante con tanto di medaglie olimpiche e mondiali in staffetta (primi riconoscimenti in uno sport invernale per la terra dei canguri), nel 1994 il nostro Mirko Vuillermin gli taglia accidentalmente l’arteria femorale con la lama del pattino, e Bradbury rischia di morire dissanguato.
Ritorna dopo un anno e passa di convalescenza, ma le Olimpiadi del 1998 gli dicono malissimo: finisce gambe all’aria in entrambe le gare individuali disputate, causa collisioni con altri concorrenti.


E’ un crescendo rossiniano di disgrazie: nel 2000 si fracassa due vertebre cervicali franando contro le barriere di recinzione, nel tentativo di scansare maldestramente l’ennesimo avversario in agguato.
Il Bradbury che si presenta testardamente alle Olimpiadi invernali del 2002 è, insomma, un miracolato, un Enrico Toti dello sport: e pure un inno alla sfiga.
Ma il destino sta per svoltare: nei quarti di finale dei 1.000 metri il favorito canadese Gagnon sperona il giapponese Tamura, viene squalificato e Bradbury, che veleggiava in terza posizione, passa il turno come secondo dietro il fortissimo statunitense Ohno.
Meglio ancora in semifinale: il coreano  Kim Dong-Sung va per le terre per colpa del cinese Li Jiajun, a sua volta trascinato a terra dal canadese Turcotte. Bradbury, che ahi lui assisteva alla scena da debita distanza, si ritrova secondo: anzi primo, perché pure il giapponese Terao viene squalificato.
E siamo alla finale. Bradbury, ingobbito e macchinoso, inizia l’ultimo giro col solito distacco siderale dai quattro di testa.
Il terribile Li Jiajun si prende a spallate con lo statunitense Ohno e parte per la tangente. Ohno lotta con la forza centrifuga e arpiona con un braccio il coreano Ahn Hyun-Soo, che cade trascinando con sé Ohno e  il canadese Turcotte. Mentre tutti finiscono in un groviglio laocoontico, da dietro arriva col suo passo flemmatico il buon Bradbury, che taglia il traguardo quasi mortificato, da neo campione olimpico.
Quella di Steven Bradbury é la storia di un atleta preso letteralmente in ostaggio da un Fato capriccioso che lo sballotta per tutta la carriera fra sciagure fantozziane e colpi di fortuna troppo eclatanti per trarne una morale: un caso limite, si dice in questi casi, che come tale non può fare scuola.
Ma quel Fato tiranno ha certo trovato, nel mondo dello sport, terreno fertile per mostrare i muscoli a inermi atleti di ogni ordine e grado.
E’ in fondo il rovescio della medaglia della disamina fatta precedentemente sugli eroi mancati: ecco i Signor Nessuno che sono riusciti  laddove quei campioni celebrati hanno fallito.
Ci sono, del resto, discipline in cui basta una frazione di secondo per risolvere in un modo o nell’altro, la contesa: e non c’é curriculum che tenga.
Il fatto é che solitamente fa parte del corredo genetico dei più forti l’essere infallibili, e pure fortunati, quando la posta in gioco sale: se non altro per una questione di abitudine a certi contesti.
La fortuna, insomma, aiuta gli audaci, ma ancor più spesso i migliori. Certo si manifesta il più delle volte come un Sole arroventato che scioglie le ali ai tanti Icaro alle prese coi primi tentativi di decollo.
Ma non é sempre così: a volte prende per mano avventurieri e mezze figure, e li conduce amorevolmente come Cenerentole, se non proprio al Gran Ballo, quantomeno a un estemporaneo giro di valzer con la notorietà.
In piccolo, qualcosa di simile al melodramma di Bradbury accade, nel 1988, al nostro Maurizio Fondriest.
Siamo ai Mondiali di ciclismo di Renaix, dove evidentemente tira una strana aria per i favoriti dal pronostico. Venticinque anni prima il paesino fiammingo fu infatti teatro del grande tradimento (citato nell’articolo sulle grandi truffe) del gregario Beheyt a danno di Rik Van Looy.
Fondriest, allora giovane promessa al secondo anno da professionista, si presenta all’ultimo chilometro a braccetto con l’idolo di casa, lo sgamato Claude Criquielion, quando da dietro irrompe il canadese Steve Bauer, recente quarto classificato al Tour de France. Il trentino, ormai esausto, assiste impotente alla volata dei due più titolati avversari.
Bauer parte per primo, in colpevole anticipo; Criquielion cerca di rimontarlo sul fianco destro, pare riuscirci, ma il canadese lo spinge contro le transenne provocandone la spaventosa caduta. Bauer perde velocità nell’impatto (sarebbe stato comunque squalificato) e Fondriest si ritrova per magia Campione del Mondo.
C’é anche chi ha terminato un Tour de France da vincitore senza neanche saperlo. E’ accaduto a Henri Cornet nel lontano 1904.
E’ il secondo Tour della storia, e l’ordine d’arrivo ricalca, quanto ai primi due posti, quello dell’anno precedente: primo lo spazzacamino franco-valdostano Maurice Garin, secondo Lucien Pothier; a seguire Cesar Garin, fratellino di Maurice,  Hypolite Aucouturier e il diciannovenne Cornet.
Ma é un Tour che al suo inventore Desgranges, novello dottor Frankenstein, farà venire seri dubbi sulla bontà della propria creatura.
Il clou sul Col de la Republique, quando i tifosi dell’idolo di casa Fauré,  cercano di linciare il gruppo inseguitore (fra i più malconci il leggendario “diavolo rosso” Gerbi) nel tentativo di agevolare la fuga del loro protetto. Il resto é una sfida senza esclusione di colpi fra supporter indemoniati e concorrenti truffaldini.
Dopo mesi di furibonde discussioni, i primi quattro della classifica verranno squalificati. E così l’imberbe Cornet, a sua volta vittima di diabolici sabotaggi, si troverà vincitore.
Restiamo in Francia, con un salto temporale di ottanta e più anni, per celebrare un altro “eroe per caso” poco più che adolescente.
E’ la primavera del 1989, e mentre il mondo é sconvolto dalle proteste degli studenti cinesi a Piazza Tienanmen, nella vezzosa cornice parigina del Roland Garros va in scena il più importante torneo tennistico su terra battuta.
Che c’entra? C’entra, perché il filo rosso che lega questi due avvenimenti così distanti é un esile ragazzino dagli occhi a mandorla.
Si chiama Michael Chang, ha diciassette anni ed é nato negli USA da genitori cinesi. E’ uno scricciolo dal cervello finissimo, che approda agli ottavi di finale eliminando en passant un giovane Pete Sampras con triplice 6-1.
Ma é la sfida degli Ottavi di finale contro il numero uno del momento, il glaciale Ivan Lendl, a renderlo immortale.
Chang perde come prevedibile i primi due set, quando nel terzo cade vittima di dolorosissimi crampi: comincia lo show.
Il piccoletto ingurgita quantità industriali di banane e di acqua ad ogni cambio di campo, rallenta il gioco con pallonetti da tennista della domenica e, impossibilitato a respingere il potente servizio del fuoriclasse cecoslovacco, si piazza a ricevere nelle zone più assurde del campo, sperando di indurlo in errore.

Michael Chang vince il Roland Garros

E così é: un Lendl insolitamente stizzito riesce a perdere il terzo e il quarto set.
E’ un Davide contro Golia. Chang, ormai infermo, arriva anche a servire colpendo la pallina dal basso, come i bambini alle prime armi.
Lendl, non proprio un simpaticone, é ormai in preda ad una crisi isterica, il paludato Roland Garros si trasforma in una curva sud che sostiene “Michelino” a squarciagola, e così dopo un’epica battaglia di 4 ore e 38 minuti, Michael Chang  stramazza al suolo incredulo ma vincitore.
L’astuto cinesino prosegue la sua marcia trionfale eliminando l’haitiano Agenor, il sovietico Chesnokov, e in finale il grande Stefan Edberg, al termine di cinque set tiratissimi.
Chang non vincerà mai più una prova del Grande Slam: diventerà tuttavia un fior di tennista, raggiungendo anche la seconda posizione nella classifica ATP.
Si rende allora necessario evidenziare l’esistenza di un congruo sottoinsieme: quello dei “finti” eroi per caso.
Capita spesso, infatti, che ci si presenti sul proscenio mondiale senza biglietto d’invito, come meteore piovute dal cielo, ma poi si legittimi a scoppio ritardato quei successi apparentemente casuali.
Sempre in ambito tennistico, Boris Becker per esempio aveva solo quattro mesi più di Chang quando vinse da emerito sconosciuto Wimbledon nel 1985: ma poi divenne il campione che tutti ricordiamo.
E che dire, per tornare alla bicicletta, di Oscar Freire, uno dei ciclisti più vincenti dell’ultimo decennio?
Quando prende il via ai Mondiali di Verona 1999, Freire é un velocista di ventitre anni tormentato dagli infortuni, con una ventina di trascurabili corse del calendario spagnolo alle spalle. Non é dato sapere se l’allora Commissario Tecnico Antequera vantasse qualità divinatorie: perché anche al più esperto degli addetti ai lavori sfugge cosa ci stia a fare nell’agguerrita Selezione iberica quel ragazzotto della Cantabria.
Fatto sta che “Oscarito” si infila nella fuga giusta, e quando parte all’ultimo chilometro (in spregio alle sue qualità di sprinter), nessuno lo riprende più.
Il solito Carneade su due ruote, si pensa lì per lì. Come Carlo Clerici o Roger Walkowiak, anonimi gregari entrati rispettivamente nell’albo d’oro dei vincitori di Giro e Tour grazie ad avventurose fughe bidone (e a conseguenti sonore dormite dei favoriti).
E invece no: Freire rivincerà il Mondiale due anni dopo e farà il tris nel 2004, sul medesimo percorso che lo rivelò al mondo, condendo il tutto con vittorie in serie al Tour e alla Milano-San Remo.
Lo sciatore austriaco Stefan Eberharter vince fra lo stupore generale due ori (super-gigante e combinata) ai Mondiali casalinghi di Saalbach 1991: aveva solo ventun anni.
Diventa l’idolo di una nazione intera, che di lì a poco dovrà piangere l’altro protagonista di quella manifestazione, Rudi Nierlich, morto in un incidente stradale.
Ma Eberharter non ripete neanche lontanamente quelle prestazioni: sparisce di botto, precipitando nel più completo anonimato. Dopo un po’ sorge spontanea una domanda: fu vera gloria?
Altroché: basta solo aver pazienza. Il buon Stefan riemerge infatti a seconda vita sportiva quasi otto anni dopo, giusto in tempo per vincere 2 Coppe del Mondo e 6 medaglie fra Olimpiadi e Mondiali.
Ma il Dio dello sci alpino dev’essere un tipo alquanto bizzoso, che ama elargire in modo beffardo gloria e trofei.
Franck Woerndl, Hans-Joerg Tauscher, Urs Lehmann, i nostri Patrick Staudacher e Daniela Ceccarelli. Cosa hanno in comune?
Tutti hanno avuto l’onore di portare una medaglia d’oro al collo (mondiale i primi quattro, olimpica l’unica fanciulla del lotto). Nessuno di loro, tuttavia, ha mai vinto una gara di Coppa del Mondo, in fondo il termometro più attendibile della consistenza agonistica di uno sciatore.
Ma Josef Polig e Gianfranco Martin alle Olimpiadi di Albertville del 1992 sono andati oltre, dando vita a una coppia di eroi per caso.
Polig é un onesto mestierante dello sci, un atleta polivalente (polig-valente, suggerirà qualche buontempone) che si destreggia discretamente in combinata, dove vanta come migliori piazzamenti un quinto e due sesti posti.
Quanto a Martin, si sa poco o nulla. Risulta esser nato a Genova: il che, trattandosi di uno sciatore, non é propriamente rassicurante. E’ un discesista agli esordi, anche lui mandato allo sbaraglio in combinata: disciplina indigesta ai nostri portacolori più titolati, Tomba in primis.
I nostri eroi così prendono il via nella gara che somma le prove di  slalom speciale e discesa libera, col tipico spirito di un impiegato in gita premio: nonostante il forfait del grande norvegese Aamodt, la medaglia sembra infatti un affare fra il leader di Coppa, Pauli Accola, il vecchio Marc Girardelli e gli austriaci Strolz e Mader.
Ma sulla “Face du Bellevarde”, pista di discesa suggestiva e ostica come poche, si palesa una metamorfosi insospettabile: Polig tiene botta e chiude sesto, mentre Martin finisce addirittura secondo fra lo sbigottimento dei presenti. Non solo: Girardelli e Mader cadono ed escono dai giochi.
Mancano però le due manches di slalom, e lì c’é poco da inventare. Nella prima prova succede però che anche Accola (vincitore delle tre combinate stagionali) sbagli grossolanamente e si tiri fuori dal discorso vittoria.
Nel clan azzurro si comincia a respirare aria di medaglia, ma quanto all’oro non ci sono speranze. Hubert Strolz, in testa dopo la discesa e la prima manche di slalom, é uno slalomista provetto (oltre ad essere il campione uscente della specialità), mentre i nostri due atleti sono piuttosto a disagio fra i pali stretti.


Josef Polig e la sua medaglia d'oro



Ma Strolz é anche uno che ha un pessimo rapporto con la vittoria: in carriera ha vinto solo due volte, a fronte di 15 secondi posti e 19 terzi! E infatti, a pochi metri dal traguardo, s’ingarbuglia su sé stesso e vola gambe all’aria.
Josef Polig, con una seconda manche alla Alberto Tomba, vince la medaglia d’oro, davanti al compagno di squadra Gianfranco Martin, che difende miracolosamente il secondo posto acquisito dopo la discesa. Inutile (e vieppiù crudele) sottolineare che di entrambi si perderanno le trecce negli anni a venire.
(fine prima parte)

giovedì 24 febbraio 2011

Eroi mancati: quando l’importante non è vincere (e forse neanche partecipare)


In principio fu Dorando Pietri. Chi non lo ricorda?
Dominare la maratona olimpica, stramazzare al suolo a cento metri dal traguardo, risollevarsi con l’aiuto di un paio di inservienti, ripiombare a terra stremato e perdere tutto.
Già: ma chi vinse la medaglia d’oro al suo posto? Pochissimi saprebbero rispondere (tale John Hayes, giusto per la cronaca).
Ecco, qualcuno che vedeva lontano (era il 1908, e lo sport-business era ancora di là da venire) capì quel giorno che vincere non è l’unico sistema, e forse neanche il più efficace, per diventare icone delle sport moderno.
Non sono infatti le vittorie in serie, quelle raccolte col pallottoliere per intenderci, a fare la storia.
Perché lo scudetto del Cagliari di Gigi Riva vale dieci e forse più di una Juventus trapattoniana; i 6 G.P. vinti da Gilles Villeneuve (niente di che, teoricamente, in 6 anni di Formula 1) pesano più dei 50 vinti da un Alain Prost; così come uno scatto di Pantani o certi slalom di Tomba resteranno indelebilmente scolpiti nella memoria più dei 5 Tour consecutivi o delle 4 Coppe del Mondo dei coevi Indurain e Zurbriggen.
Ma se per entrare nell’immortalità é determinante il “come” si vince, altrettanto funzionale allo scopo può essere il “come” si perde.
Ci sono perdenti indimenticabili per essersi giocati tutto in un istante, e aver fatto a brandelli l’insegnamento “carpe diem” di latina memoria.
Ci sono sconfitti “seriali”, veri Don Chisciotte all’ostinato inseguimento di chimerici traguardi sgusciati via come anguille per tutta la carriera.
E ci sono quelli che vinti, nel senso letterale del termine, non sono: perché alla contesa, per scelta o per destino, non hanno mai preso parte.
La nostra rassegna non può che partire dal ciclismo, che come nessun altro ha esplicitato il concetto di “perdente di successo”: perché solo uno sport che conosce la fatica vera, prolungata, sempre uguale, può portare  un rispetto così alto per lo sconfitto.
In questo senso la “maglia nera”, vessillo con cui é stato per anni contraddistinto l’ultimo classificato al Giro d’Italia, resta un’intuizione irripetibile,  monumento geniale quanto surreale ai militi ignoti di ogni sport.
Nessun altra manifestazione del globo terracqueo può vantare nella sua storia un premio del genere. Sì, il Sei Nazioni di rugby (già Cinque nazioni e ancor prima quattro), assegna da sempre a chi ha perso tutte le partite del torneo il celeberrimo “cucchiaio di legno”. Ma é riconoscimento per nulla ambito, figlio della goliardia di un ambiente che per decenni ha difeso strenuamente il dilettantismo come suo valore fondante.
Per indossare invece la “maglia nera”, assegnata dal 1946 al 1951 con tanto di classifica e regolamento apposito, ci si scannava, altroché.

La maglia nera tra la folla


Quelle 6 edizioni del Giro mettono in scena una grottesca corsa nella corsa, che giorno dopo giorno appassiona il pubblico e fa la fortuna dei protagonisti, altrimenti condannati da madre natura all’anonimato.
E’ così che il buon Luigi Malabrocca (che peraltro tanto brocco non era) entra nell’Olimpo delle figure indimenticabili del ciclismo del Dopoguerra.
Il nostro eroe vince le prime due edizioni accumulando complessivamente più di dieci ore di ritardo. Ma la notorietà e i guadagni che gli piovono addosso fanno aguzzare l’ingegno ai colleghi.
Così nel 1948 Malabrocca, nonostante le quasi otto ore di distacco da Fiorenzo Magni, é costretto ad accontentarsi del … penultimo posto, mentre nel 1949 dà vita ad un avvincente testa a testa senza esclusione di colpi (leggi finte forature, imboscamenti, malori inventati) col futuro vincitore Carollo che coinvolge gli appassionati quanto quello fra Coppi e Bartali.
Ma come dicevamo, si può entrare nel girone dei vinti pur essendo dei fuoriclasse acclarati, magari solo per aver perso qualche treno di troppo.
La Francia ciclistica, per esempio, ha avuto innumerevoli campioni, da Pelissier a Bobet, da Anquetil a Hinault. Ma nessuno é stato amato come Raymond Poulidor.
Un paradosso statistico su due ruote.
Corridore completo: potente, tenace e, cosa che rende ancor più incredibile la sua parabola, straordinariamente longevo (ben diciotto anni di professionismo).
Fra il suo primo podio al Tour de France (terzo nel 1962) e l’ultimo (terzo nel 1976), passano quattordici anni e dodici partecipazioni alla corsa più importante del panorama ciclistico, che fruttano altri tre terzi posti e altrettanti secondi.
Vittorie: zero. Si può arrivare otto volte sul podio e mai sul gradino più alto?
Sì, obietterà qualcuno, quando ti imbatti in gente come Merckx, Anquetil, Gimondi (un po’ meno quando si pensa a carneadi come Pingeon o Aimar).
Ma il dato che fa della carriera di “PouPou” un’anomalia senza precedenti é a ben vedere un altro.
In più di duecento tappe infatti Poulidor non riesce mai ad indossare neanche per un giorno la maglia gialla! Un privilegio, quello di trovarsi in testa alla classifica provvisoria del Giro di Francia, toccato dal 1903 ad oggi a qualcosa come 269 corridori: fuoriclasse e comprimari, capitani e gregari, velocisti e scalatori, ma mai al ciclista più amato dai Francesi.
Se i Mondiali stanno al calcio come il Tour de France sta al ciclismo, allora il Poulidor del pallone risponde al nome di Alfredo Di Stefano.
Il più grande giocatore del Mondo prima di Pelé (per alcuni anche dopo), porterà a termine una carriera onusta di gloria con un grande rimpianto, che già traspare da un’occhiata fugace al suo straripante palmares.
In sintesi: 5 Coppe dei Campioni consecutive, 13 scudetti, una Coppa Intercontinentale. Questo con le squadre di club. A livello di rappresentative nazionali, una misera Coppa America, conquistata a solo vent’anni. Poi il nulla: come possibile?
Diciamo pure che lui ci ha messo del suo. Non a caso abbiamo omesso la sua nazionalità: già, ma quale nazionalità?
Di Stefano nasce argentino, esplode nel River Plate di Buenos Aires, poi nel 1949 parte per la Colombia mosso dalla sua grande passione (il denaro) e trova giust'appunto ingaggio nei Milionarios (nomen omen).
Di Stefano diventa seduta stante cittadino colombiano, e veste per quattro volte la maglia della modesta Nazionale locale. Poco male, perché nel frattempo la federazione argentina ha rinunciato, per beghe burocratiche, a prende parte ai Mondiali del 1950, diniego che si ripeterà anche nel 1954.
Nel 1958 l’Argentina finalmente approda alla fase finale del Campionato del Mondo in Svezia, ma Di Stefano ha altro a cui pensare.
E’ diventato il leader indiscusso del Real Madrid, il club più forte d’Europa. Ma a livello di nazionale, Di Stefano persiste nel puntare sul cavallo sbagliato: nel 1956 diventa spagnolo (e sono tre…), ma le “Furie Rosse”, nonostante il suo apporto, mancano clamorosamente la qualificazione al Mondiale.
Finalmente, nel 1962, la Spagna e Di Stefano, ormai trentaseienne, sbarcano in Cile per i Mondiali che consacreranno il Brasile. Ma la maledizione continua: il vecchio Alfredo incappa in un infortunio che lo terrà ai box per tutta la manifestazione, e terminerà la carriera senza aver giocato neanche un minuto alla fase finale di un Mondiale.
Ci sono iatture, come quelle appena citate, che durano una carriera intera. E treni persi per un batter di ciglia, destinati a non ripassare più.
Mondiali 1972:  gli ultimi mille metri di Franco Bitossi detto “Cuore Matto” per via di una lieve ipertrofia cardiaca, diventano una scena cult nella storia del ciclismo.
Siamo a Gap (il nome non potrebbe essere più appropriato), e “Cuore Matto” é solo in testa: a distanza di sicurezza, quasi invisibili fra il capannello auto e moto dell’organizzazione, i connazionali Basso e Dancelli, saggiamente a ruota di sua Maestà Eddy Merckx, dell’olandese Zoetemelk,  del francese Guimard e del danese Mortensen.
C’é  vento contrario, il rettilineo é in leggera salita, ogni metro ne vale dieci. Dietro Merckx traina il gruppetto, che erode il distacco a occhio nudo: ma sembra solo un supplemento di suspence a beneficio del pubblico.
Poi Bitossi comincia ad arrancare, a spingere di spalle, come un motore che batte in testa. Sbanda, si guarda ossessivamente all’indietro: ma che ti giri a fare “Cuore Matto”? Mancheranno trenta metri…
Sono istanti strazianti: Marino Basso capisce l’antifona, parte come una schioppettata sulla destra del compagno stremato, poi s’infila sulla sinistra e taglia il traguardo a braccia alzate.



Bitossi passa la linea d’arrivo impietrito, solo in virtù di quel principio della fisica noto come forza d’inerzia. Secondo, ma solo perché il francese Guimard non riesce a scansare quella sorta di cetaceo spiaggiato in mezzo alla strada.
Certo in questi frangenti aiuta, e non poco, l’affetto del pubblico, la consapevolezza che la tua popolarità  non ti abbandoni e, anzi, ne esca paradossalmente accresciuta.
Perché c’é anche chi è passato dal trionfo all’anonimato più completo in un lampo.
Pasquale Fornara, piemontese, é uomo da corse a tappe fra i migliori degli anni ‘50. Il classico regolarista, un po’ anonimo, di quelli che non scaldano i cuori, anche perché dà il meglio di sé lontano dalle strade italiane (4 Giri di Svizzera e un Giro di Romandia gli varranno il soprannome “lo svizzero”).
Il Giro d’Italia del 1956 sembra però quello della consacrazione: vince la cronometro di 54 chilometri da Livorno a Lucca ( è la tredicesima tappa) e conquista la maglia, che conserva autorevolmente per una settimana.
Mancano tre tappe, é quasi fatta: ma il destino ha in serbo per lui altri progetti. L’apocalittica Merano-Monte Bondone, pietra miliare della storia delle due ruote.
La tempesta perfetta: nove ore di nevischio battente, di vento gelido a raffiche che scuote come banderuole i corridori sui 5 Gran Premi della Montagna disseminati lungo il percorso e posti ai piedi di altrettante vette dolomitiche travestite da mastodontiche stalagmiti.
In fuga c’é Charly Gaul, che é fuori classifica e non fa paura più di tanto. Ma mentre lo scalatore lussemburghese in maniche corte spiana con nonchalance una salita dopo l’altra, alle sue spalle i ritiri si contano a grappoli, così come i minuti di distacco che assumono via via contorni colossali.
Ogni aiuto é lecito. I più previdenti fanno tappa nelle farmacie dei paesini a fondovalle, gli altri si arrangiano cercando tepore in qualche baita lungo il percorso o rimediando bicchieri di grappa o thé caldo da qualche oste impietosito.
Fornara va in crisi nera, come tanti altri del resto, ma il suo Direttore Sportivo Giumanini, un brav’uomo ma forse non un cuor di leone, invece di incoraggiare “lo svizzero” a tener duro, lo convinca a ritirarsi, dichiarando all’arrivo: “gli voglio bene come un figlio, mi piangeva il cuore a vederlo soffrire così!”.
Morale: Charly Gaul vince il Giro ed entra nell’Olimpo del ciclismo come il più grande scalatore di tutti i tempi (almeno fino all’avvento di Pantani), mentre Fornara tornerà a far man bassa di Giri di Svizzera, dove evidentemente fa meno freddo che sulle nostre Dolomiti…
E che dire, per passare alle ruote motorizzate, del povero Felipe Massa, pacioso pilota brasiliano della Ferrari?
L’unico di questa carrellata di sportivi, lo anticipiamo, ad aver provato l’ebbrezza di sentirsi Campione del Mondo: e l’unico ad aver provato l’ebbrezza di perdere un Campionato del Mondo in un giro di lancetta.
E’ il 2008. Gran Premio del Brasile, ultima gara dell’anno. Massa, beniamino di casa, é secondo in classifica generale dietro Lewis Hamilton della McLaren. Servirebbe un miracolo, o quasi: stante la vittoria di Massa, Hamilton dovrebbe arrivare sesto o peggio.
Ed eccolo, il miracolo, sotto forma di un acquazzone che investe il circuito a una manciata giri dalla fine. Massa veleggia in testa, quando Hamilton, che fino allora ha ciondolato senza rischiare nulla fra il quarto e il quinto posto, viene clamorosamente sorpassato sotto il diluvio dall’enfant prodige  Vettel.
Hamilton si ritrova sesto, esattamente dove segretamente si sognava finisse, e sulle tribune esplode la festa.
Massa taglia il traguardo nel tripudio della “torcida” sugli spalti. Poi arrivano Alonso, Raikkonen e “Rain man” Vettel. Tocca al quinto classificato, Timo Glock su Toyota, ma quello che spunta dall’ultima curva non é affatto Glock: é Lewis Hamilton!
Nella sarabanda generale, pochi si sono infatti accorti che il pilota della Toyota era stato superato a un paio di curve dalla fine da Hamilton, complice proprio quel maledetto nubifragio improvviso (fino a poco prima provvidenziale)  che sorprende il povero Glock con le gomme da asciutto.
Restando in Brasile, peggio che piombare nell’anonimato é assurgere a icone di una sciagura nazionale.
Zizinho, Ademir, Flavio Costa. Chi sono costoro?
I primi due sono due assoluti fuoriclasse del calcio brasiliano anni ’40: regista il primo, centravanti sui generis il secondo. Il terzo è l’allenatore della Selecao che nel 1949 ha vinto la Coppa America segnando qualcosa come 46 goal in 8 partite.
Ma il Brasile calcistico di quegli anni ha in mente un solo obiettivo: il Mondiale casalingo del 1950, l’occasione perfetta per far entrare i tre sopraccitati nella storia con la “S” maiuscola.
Dopo una buona prima fase di torneo, infatti, la squadra di Flavio Costa ingrana la quinta nel girone finale: 7 a 1 alla Svezia campionessa olimpica in carica (con 4 goal di Ademir) e 6 a 1 alla Spagna (una rete di Zizinho).
E’ una cavalcata trionfale, cui manca solo l’apoteosi finale: la partita contro i vicini di casa uruguaiani, in uno stadio Maracanà invaso da duecentomila e più brasiliani in delirio.
Ciò che accade quel 16 luglio 1950 é talmente noto alle cronache calciofile che non val la pena dilungarsi particolarmente. Il Brasile va in vantaggio, poi subisce il pareggio; può bastare (era l’ultimo match e l’Uruguay era dietro di un punto), ma accecato dalla sua superbia si getta scriteriatamente in avanti e viene punito dagli infidi cugini.
La madre di tutte le sconfitte, uno degli esempi più fulgidi di masochismo e di insipienza mai offerti dallo sport di ogni tempo: ancora oggi il termine “Maracanazo”  é, da quelli parti, sinonimo di disastro epocale, né più né meno che il nostro “Caporetto”.
I suicidi, alcuni tentati (fra di essi il difensore Danilo Alvim), altri andati a buon fine (si fa per dire…), non si contano in tutto il paese, il radiocronista dell’evento si ritira a vita privata e la Selecao, onde evitare infausti influssi di quel giorno sciagurato, abbandona da allora la divisa bianca d’ordinanza per adottare la celebre maglia giallo canarino tutt’ora in uso.
Quanto ai nostri tre amici, peggio andrà al tecnico Flavio Costa. Minacciato di morte al pari del maldestro portiere Barbosa, fugge in Portogallo in attesa che si calmino le acque, ma avrà la soddisfazione di tornare sulla panchina della Selecao nel 1956.
C’é tutto un filone, per la verità, che riguarda le grandi Nazionali di calcio scivolate su una buccia di banana a un passo dalla gloria mondiale.
Quattro anni dopo il disastro del Maracanà, é l’immensa Ungheria di Puskas a capitolare inopinatamente di fronte a una modesta Germania Ovest. Col proprio leader acciaccato e in vantaggio di due goal dopo dieci minuti, i magiari si fanno rimontare da un avversario quasi sicuramente rinvigorito da sostanze illecite, ma pur sempre battuto pochi giorni prima, nel girone eliminatorio, per otto a tre.
C’é anche chi si é concesso il bis. E’ l’Olanda del “Calcio Totale”, indimenticabile complesso capace come nessun altro di provocare uno strappo secco e risolutivo con i suoi tempi, proiettando il football nella modernità.
Nel 1974 é la Germania Ovest padrone di casa (fortissima, stavolta) a rimontare Cruyff e soci, in vantaggio già al primo minuto. Quattro anni dopo ci pensa una traversa maledetta centrata da Rensenbrink a consegnare all’Argentina (anche lei Paese ospitante) il titolo iridato.
A proposito dei Mondiali argentini del 1978, é un calciatore di casa a rilanciare l’inquietante quesito del Nanni Moretti di  “Ecce Bombo”, se cioé l’assenza sia la condizione migliore per non passare inosservati.
Forse no: non in un Paese governato da una dittatura militare almeno. Jorge Carrascosa é il capitano di quella Nazionale Argentina che si appresta ad ospitare i Campionati del Mondo con un unico obiettivo: vincere, ad ogni costo.

Jorge Carrascosa

Sono gli anni dei desaparecidos, dei dissidenti buttati nell’Oceano Atlantico o gettati da aerei militari nei famigerati “voli della morte”,delle madri delle vittime che ogni giovedì si radunano a Plaza de Mayo invocando notizie sui propri figli.
La finale, cui l’Argentina approderà in virtù di una partita farsa contro il Perù, si disputa all’ Estadio Monumental, a un tiro di schioppo dall’ESMA, la scuola ufficiali della Marina Militare, riconvertita a luogo di tortura e prigionia.
C’é chi dice no, direbbe Vasco Rossi. Jorge Carrascosa lascia la Nazionale il calcio pochi mesi prima dell’inizio del Mondiale, a 29 anni, e l’anno successivo il calcio giocato: non una parola, né allora né in seguito.
Ad alzare la Coppa del Mondo, accanto a Videla e agli altri Generali, c’è così il suo sostituto, Daniel Passerella detto “El Caudillo” (traducibile con “il generale”, “il tiranno”).
Nella sbornia successiva al trionfo, molti si dimenticano alla svelta di Carrascosa, così come tanti perdono di vista, nei terribili anni ’40, il barone Gottfried Von Cramm.
Sontuoso fuoriclasse del tennis tedesco anni ‘30, di orientamenti sessuali poco consoni all’iconografia del perfetto guerriero ariano, vince tre volte il Roland Garros (due volte in singolare e una in doppio), e una volta, sempre in doppio, gli United States Open.
Ma é una sconfitta a renderlo celebre.
Coppa Davis 1937: gli Stati Uniti d’America contro la Germania Nazionalsocialista, Gottfried Von Cramm contro il grande Donald Budge.

Von Cramm vs Budge

E’ proprio il fuoriclasse americano a riferire di una presunta telefonata nell’imminenza del match, fra Von Cramm e Adolf Hitler, che raccomanda caldamente (eufemismo, conoscendo il soggetto) al compatriota di non deluderlo.
Quel che é certo é che l’austero barone tedesco, nonostante il sostegno del suo coach Bill Tilden (ironia della sorte, americano e pure lui gay), vive quella partita con un subbuglio interiore mai provato.
In vantaggio di 2 set a zero, concede il terzo e il quarto a Budge. Va in vantaggio 4 a 1 nel quinto, ma si fa rimontare ancora fino a soccombere per 8 a 6. Di proposito? Difficile da dimostrare: fatto sta che la Germania dovrà attendere il 1988 aggiudicarsi la celebre “insalatiera d’argento”.
Quanto a Von Cramm, l’inopinata sconfitta lo fa entrare a pieno titolo fra il novero dei “sorvegliati speciali”. Lui persiste nel manifestare il suo scarso trasporto per l’ideologia nazista e  finisce in galera per omosessualità. Dopo la guerra tornerà al tennis, con l’orgoglio di non essersi mai piegato al Regime.
Jorge Carrascosa e Gottfried Von Cramm: anche loro hanno perso l’appuntamento con la storia? Beh, lasciatecelo dire, dipende dai punti di vista…